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LA TRAVIATA
Lunedì 28 Giugno 2010 15:06

ANCHE LA TRAVIATA HA DIO VICINO A SÉ

Un Dio buono e misericordioso come termine di giudizio di un amore.

 

“La reazione delle persone che vedono l'Opera per la prima volta è molto drammatica:

o l'amano o la detestano, e se l'amano, l'amano per sempre..

altrimenti, impareranno ad apprezzarla, ma non la sentiranno mai veramente.”

Edward Lewis alias Richard Gere, dal film Pretty Woman (1990).


 

Stefano Papini, II teologia.

 

            Oggigiorno molto rimpiangiamo storie di amori complicati, vicende drammatiche e passionali di cui abbiamo solo letto sui romanzi o visto al cinema o che, più raramente, ci siamo sentiti confidare da quell'amica, magari anche un po' sfortunata ma della quale desidereremmo almeno il viver denso ed ardente, condito di lacrime e speranze, eppure un vivere vero. Il vero, è questo che ci manca in effetti, e la nostra ricerca di tal sentore si rivolge oggi verso finzioni, drammatizzazioni, spesso troppo lontane o artificiose per esserne realmente soddisfatti.

            C'era un tempo, e per qualche indelebile via sottile nei nostri cuori c'è ancora, in cui l'uomo viveva di questo vero, che era pane quotidiano, era viver normale ed era viver davvero. Allora anche l'arte, sommo lavoro umano, aveva un sapore diverso, magari meno d'avanguardia, meno piroettante, ma più vicino, più caldo e, azzardo, forse anche più comprensibile.

            Una fra le realtà artistiche in cui è pregnante questo rapporto dell'uomo con il vero, in definitiva dell'uomo con se stesso, è l'Opera, l'Opera lirica. Non voglia esser questa un'occasione di lode gratuita a tale forma artistica, bensì la possibilità di testimoniare come il desiderio di verità, di rapporto con essa, sia stato lì efficace argomento di riflessione per l'uomo e che, avendo prodotto in quell'ambito una sorprendente ricchezza di vita, ancora oggi ci sia per noi la possibilità, attingendo da queste o simili fonti, di riscattarci dalla banalità e dal qualunquismo per tornare ad un gusto pieno del vivere. Perché è possibile, perché qualcuno ce lo testimonia, tutt'ora.

            Cogente, al riguardo, la riflessione che si può fare su La Traviata, l'arcinota produzione operistica del 1853, con musiche di Giuseppe Verdi e libretto di Francesco Maria Piave. Soffermiamoci appunto sul libretto, che altro non è che il copione, fatto di battute e di indicazioni di scena, che troppo spesso rimane ignoto al grande pubblico, perché meno accattivante, perché meno immediato, ma che è parte essenziale per la totale comprensione del messaggio dell'opera. Caliamoci quindi con rispetto all'interno di questo lungo testo poetico, e non è affatto improprio definirlo tale, e scorgiamo, nemmeno con troppa difficoltà, quel legame di cui dicevamo sopra, quella tensione dei personaggi a rapportare le loro storie al vero della vita, alle corde più intime del cuore umano, mai per sentimentalismo, ma sempre per sano ardore.

            Non possiamo dire La Traviata senza dire Violetta, non solo perché ne è la protagonista ed il personaggio, assieme al Sig. Germont, più denso, più vero, più incisivo, ma soprattutto perché ai fini di questo sguardo alla ricerca della tensione uomo-Vero, ella è portatrice di una ricchezza umana sbalorditiva e commovente.

            Lo squarcio sul vero, sul trascendente, sul divino, che abbiamo ne La Traviata è appunto tutto aperto su Violetta: il Dio di Piave, il Dio di Verdi, è imprescindibilmente il Dio di Violetta, ed è un Dio vicino, presente, eloquente. Non ingombra mai la scena, non la fa mai “da padrone”, ma risulta sempre il saldo nodo di senso al quale rapportarsi per perseguire la giustizia o, anche, per giustificarsi nel male. È quel punto di verità che muove la nostra ricerca. Che lo sguardo sia allora quello di Violetta, dei suoi turbamenti, delle sue lacrime e delle sue certezze.

            Come tutti sanno, Violetta è una prostituta parigina, di gran classe, ricercata e un po' pretenziosa, colpita un giorno da un amore sincero, quello di Alfredo, che le fa dire: “Senti'a che amore è palpito / dell'universo intero, / misterioso, altero, / croce e delizia al cor!”. Da quel momento la sua vita cambia; perché? Perché si lascia interrogare, scombussolare il cuore, perché sente che c'è qualcosa di più interessante di quei lieti calici, di quel folleggiar di gioia in gioia, perché per una volta le viene rivolto un amore gratuito, libero e, quindi, liberante. Violetta lascerà tutto per Alfredo, dirà che il suo passato “Più non esiste or amo Alfredo, e Dio / lo cancellò col pentimento mio”, andrà a viver con lui nella campagna parigina, lontano dai frastuoni della città, fino a quando nella sua vita entreranno prepotentemente due realtà con le quali è chiamata a rimettere tutto in discussione: la malattia e la richiesta del padre di Alfredo, il sig. Germont, di lasciare suo figlio. La prima andrà a ledere la certezza che questo amore finalmente vero possa durare a lungo, perché i sintomi della tisi sono già abbastanza gravi, la seconda ne taglierà ancor più le speranze di successo dal momento che il sig. Germont le chiederà questo abbandono poiché, essendo lei stata una prostituta e poiché dal Ciel non furono tai nodi benedetti (l'unione con Alfredo), come appunto le rinfaccia l'uomo, ella impedisce alla sorella dell'amato di avere degna reputazione per un degno matrimonio.

            Tutto questo metterà Violetta dinnanzi ad un bivio: o ignorare la richiesta del sig. Germont e vivere quel poco che le rimane accanto all'amato, sapendo però di aver impedito la felicità della di lui sorella, o assecondare, ovviamente all'oscuro di Alfredo, questa richiesta e, seppur soffrendo anche nello spirito, donare gli ultimi giorni della sua vita perché quelli certamente duraturi della giovane possano essere anche ridenti. Non è importante adesso soffermarsi sulla giustizia o meno di un modo di ragionare per noi oggi desueto o addirittura oltraggioso, bensì sulla tempra del cuore di Violetta nello scegliere il sacrificio e sulle sue motivazioni fondanti.

            Da una parte vediamo infatti il sig. Germont motivare così la sua richiesta: “È Dio che ispira, o giovine / tai detti a un genitor”, accorata testimonianza di un padre premuroso; dall'altra una Violetta toccata dal vero amore, quello che cambia il cuore, rispondere: “Dite alla giovine, sì bella e pura, / ch'avvi una vittima della sventura / cui resta un unico raggio di bene / che a lei il sacrifica e che morrà!”. La protagonista ci testimonia quindi la natura più nobile dell'amore, quella cioè che ama più l'amato dell'amare, che ama più Alfredo che la loro stessa unione, tanto da farle spendere i suoi ultimi giorni perché, in una prospettiva a lungo termine dove lei sa di non poter vivere, l'amato abbia almeno la consolazione di una possibile gioia per la sorella, data per certa la sofferenza per la morte di Violetta. Ella ama di un amore pieno, che non guarda a sé, ma che è capace di donazione. L'amore con cui essa si sente amata dallo stesso Alfredo. L'amore con cui Dio la ama, con cui Dio ci ama.

            È il sig. Germont che per primo esplicita il di più di questa circostanza quando, rispondendo a Violetta che gli chiede almeno di confessare ad Alfredo, dopo la sua morte, le vere ragioni di questo allontanamento, le dice: “No, generosa, vivere, / e lieta voi dovrete, / mercè di queste lagrime / dal Cielo un giorno avrete”. Lei sa che il suo non è un sacrificio vano! Lei sa che Dio, buono e misericordioso e giusto, legge nei cuori e sa ricompensare chi fa il bene! Altrimenti, diciamocelo: la sua sarebbe stata una scelta folle!

            La vicenda va avanti, i due amanti si lasciano e in Alfredo la sofferenza è grande perché lui, non sapendo la verità, crede che sia stato tradito da Violetta ed arriverà a disprezzarla, comunque a disperarsi. Sarà solo allora che il sig. Germont, commosso dal dolore del figlio e già dal gesto pietoso della donna, svelerà tutto ad Alfredo che prontamente correrà da Violetta, oramai in fin di vita nella sua abitazione parigina.

            Fuori impazza il carnevale, Violetta dal letto della malattia dona gli ultimi averi ai poveri, il dottore la visita per l'ultima volta e le dà poche ore, una lettera del sig. Germont le annuncia la venuta sua e di suo figlio per rimetter le cose apposto, per scusarsi e per benedire la loro unione, ma oramai è troppo tardi. Una scena drammatica, ma potentemente vera al contempo: vi si respira tanto amore, pentimento, umiltà, cura e tanta, tanta libertà.

            Violetta esclama, celebre passo: “Ah, della traviata sorridi al desio; / a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio, / or tutto finì”. Giunge Alfredo, lei gli si getta al collo dicendogli, dopo che lui piangendo si dichiara reo: “Io so che alfine reso mi sei! […] La rea son io: / ma solo amore tal mi rendè”. Che libertà! Che amore libero, che non rinfaccia, che non si adira, che non pretende!

            Sono gli ultimi istanti di vita per lei, che dice: “[…] a un tempio / Alfredo, andiamo, / del tuo ritorno grazie rendiamo”. Nulla però è oramai possibile altrimenti, Violetta cade quasi esanime, e riesce solo a compier l'ultimo gesto, quasi assurdo per quanto grande: dona ad Alfredo un suo monile perché sia per lui di lei ricordo e perché, quand'egli, come lei gli raccomanda, avrà trovato una pudica vergine, glielo regali, e gli dice: “Le porgi questa effigie: / dille che dono ell'è / di chi nel ciel tra gli angeli / prega per lei, per te”. Che gratuità sbalorditiva! Che donazione! Che amore divino! Che certezza di fede nel Dio buono e giusto, nel Dio che si fa compagno, nel Dio che ti chiede il cuore ma che ti dà in cambio il Suo amore!

            Alfredo, dalla sua è certo che “a strazio sì terribile / qui non mi trasse Iddio”, che non è “colpa” di Dio se le cose così si compiono, ma anzi, che senza di Lui tutto questo sarebbe risultato assurdo e senza scopo. L'opera si chiude con la morte di Violetta ed i presenti che accorati assieme cantano: “Vola a' beati spiriti; / Iddio ti chiama a sé”. È la fine. O forse solo l'inizio. Di una vita nuova, anche per una prostituta, anche per chi ha poco amato, per chi ha odiato, per tutti noi.

            Non vorrei aver tediato il lettore con i voli pindarici del mio cuore, ma solo aver testimoniato come si possa vivere e morire credendo in un Dio buono, che salva le nostre vite, che le significa, nella Parigi dell'ottocento così come oggi. Come sempre.

 

Immagine: Rafal Olbinski - La traviata, poster per l'Opera Pacif, 2001.

 
UNA CHIESA IN MISSIONE
Lunedì 28 Giugno 2010 14:53

L'AMORE DI CRISTO CI SOSPINGE
2 Cor 5,14
UNA CHIESA IN MISSIONE

don Emanuele Bossini, V teologia.

            Il cuore dell’uomo naturalmente cerca Dio, è costantemente permeato da una misteriosa forza di attrazione che lo porta ad uscire fuori da sé per ricercare un volto Altro, un Tu che dia senso al proprio Io. Questo esodo continuo da sé trova risposta nell’abbraccio di un Padre che per Amore ha donato il suo unico Figlio, risposta che sola esaurisce la dimensione infinita della domanda umana, che sola esaudisce il desiderio divino dell’uomo.

            La comunità dei cristiani, la Chiesa, si scopre, così, custode di un prezioso tesoro per l’uomo, che è Gesù Cristo, del quale è ostensorio pellegrino in tutto il Mondo; Gesù Cristo è infatti la risposta veramente esaustiva di Dio all’anelito infinito dell’umanità.

Inviata dallo stesso Cristo ad includere tutti gli uomini, la Chiesa sa di compiere una missione di cui non è padrona; è il Signore Risorto che attira le persone a Sé: la Chiesa sua sposa ne rende semplicemente percepibile la presenza.

            Uniti a Lui sappiamo di poter andare da ogni uomo e donna di questo mondo con la certezza che Lui, il Signore, veramente potrà essere la risposta alla domanda di senso che porta dentro di sé; ma il Vangelo, di cui siamo chiamati ad essere testimoni, non è una questione di parole di convincimento, bensì la vita risorta del Cristo che deve risplendere dalla nostra fragilità umana.

             Non sono infatti le nostre parole che possono splendere nelle tenebre di questo mondo ma solo la Parola Incarnata, il Signore nostro Gesù Cristo, può essere luce ad ogni uomo e svegliarlo dal torpore in cui dorme.

            Se questo vale in ogni luogo ed in ogni momento, vale maggiormente là dove le condizioni sociali e culturali sono un impedimento alla proclamazione del Vangelo, dove infatti l’unico modo per parlare di Cristo è viverlo nella propria persona, facendo sorgere nel fratello che incontriamo la domanda sull’origine della vita nuova che è in noi, come ci ha testimoniato eloquentemente la vita di padre Dino Tessari, di cui abbiamo parlato nel precedente numero di “Sequere Me”.

Caso emblematico (ma non unico) di luoghi particolarmente difficili per l’evangelizzazione sono i paesi islamici, dove per legge è proibito parlare di Gesù Cristo e tentare di convertire i musulmani.

            A questo proposito è stata per me particolarmente illuminante l’esperienza che ho vissuto nell’estate del 2009 in Marocco, ospite pellegrino delle piccolissime comunità cristiane del paese. Sono partito con la curiosità di conoscere un modo di essere Chiesa essenzialmente povero e minoritario, in cui è fondamentale radicare la propria fede nel rapporto vivo con Gesù Cristo per poterlo riconoscere anche nel fratello musulmano. Mi aveva spinto l’incontro con l’opera di don Andrea Santoro, sacerdote romano martire in Turchia nel 2005, dopo cinque anni di missione: esperienza toccante di dialogo con il vicino mondo islamico.

            La Chiesa, in questo grande paese che si vuole proporre come ponte tra Africa ed Europa e che vive in tensione tra fondamentalismo islamico e richiamo dell’Occidente, è una presenza piccolissima ed al tempo stesso molto antica. Prima delle invasioni arabe del VII secolo e della conversione forzata all’Islam, nel nord dell’Africa vi erano numerosissime diocesi, testimoni di una forte presenza di cristiani; nel XII secolo, su suggerimento di San Francesco di Assisi, iniziò la presenza dei Frati Minori che, quasi ininterrottamente, è giunta sino ad ora.

Proprio il poverello di Assisi intuì come poter essere testimoni di Cristo nel mondo musulmano, servendo i più poveri ed emarginati, incarnando il volto del Servo sofferente e silenzioso, in attesa del giorno in cui Lui, il Signore, nel suo misterioso disegno di salvezza, avesse voluto attirare a Sé anche questi figli così lontani.

            In questo pellegrinare ho avuto modo di conoscere una Chiesa viva e laboriosa, operante nella carità e fedele al Signore; volti che mi sono rimasti impressi nel cuore e che mi hanno indicato le coordinate necessarie per un servizio, una diaconia, davvero cristiana: essere totalmente di Gesù e così offrire sé stessi come strumento nelle sue mani.

            Jean Pierre, monaco trappista di Midelt, a 1500 metri tra le montagne dell’Atlante, ogni volta che mi vede mi sorride dolcemente, ricordandomi lo sguardo sereno e benigno del Padre che è nei Cieli: sguardo capace di perdono e di amore fino all’incredibile. Aveva firmato per restare in Algeria come candidato martire, quando nel 1996 sono stati uccisi 7 suoi confratelli a Tibirine. «L’Amore è intrepido!» -scrive il Manzoni- ed in lui ancora non è venuto meno.

            Suor Marie, suor Barbara e suor Monserrat vivono in un paesino sperduto in una valle che scende dall’Alto Atlante, Tattiwin: sono Francescane Missionarie di Maria e si sono fatte berbere tra i Berberi per potersi offrire ed essere segno dell’Amore di Dio;  seguono i bambini di un semplice asilo, gestiscono un piccolo ambulatorio, unico riferimento per il paese contro le malattie, e sostengono una cooperativa per la promozione del lavoro delle donne. Mi commuovo quando mi mostrano la loro abitazione: una umilissima casa di fango, tipica berbera, povera ed essenziale; una cucina, una camera per tre, ed una piccola cappella, con una stuoia, una rustica croce ed un tabernacolo. Queste tre francescane mi ricordano che “la vera evangelizzazione non cerca tanto di convincere, quanto di rendere evidente il senso della nostra fede: tu sei amato da Dio!

            Frate Giuseppe vive a Larache, porto di pescatori dell’Atlantico, nel convento che avevano costruito gli Spagnoli al tempo del Protettorato; lui però passa la maggior parte del tempo nei quartieri poveri della città, portando una parola di conforto, un sorriso e, quando ve n’è bisogno, anche un aiuto materiale. In molte altre città marocchine attorno alla parrocchia spesso sorgono delle bellissime attività ed esperienze: insieme a fra Giuseppe (che chiamavo amichevolmente frate-Pè) ed altri quattro seminaristi spagnoli avevamo organizzato una specie di gruppo estivo per i bambini; aveva coinvolto anche una decina di ragazzi del posto ed in pochissimo tempo avevamo formato un bellissimo gruppo di amici!

            Tanti altri volti ho incontrato ancora a Tanger, Meknés, Fés, Casablanca, e tutti mi parlavano di Cristo con una vita veramente toccata dallo Spirito e donata per il prossimo! Raccontavano la bellezza di essere Chiesa ma anche la sofferenza che vivono quotidianamente nel condividere le povertà umane dei volti che incontrano, della croce di sapersi spesso inefficaci per non poter parlare di Gesù Cristo. “Noi qui non battezziamo - mi dicono - anche se qualcuno a volte lo chiede!” Sembra una missione mutilata, senza possibilità di conversione e di battesimi… ma questo non può scoraggiare il nostro cuore, perché la missione non parte da noi ma da Chi ci invia!

È un grande mistero il disegno di Dio sull’uomo ma sappiamo che questo mistero si è rivelato in Cristo. Egli ci ha toccato, ci ha fatto suoi e noi non siamo più gli stessi.

            Avevo imparato che, conoscendo me stesso, avrei conosciuto tutti gli uomini; ora ho capito che, come scriveva Gibran, “solo cercando tutti gli uomini conoscerò me stesso!

Allora, non potremo più chiuderci in noi stessi ma aprirci al prossimo. “Ad ogni prossimo, come qui, in Marocco!” mi sono ripetuto intimamente, lasciando quella terra di fede e di missione.

 
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